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Dec 2018

Katowice ed i cambiamenti climatici visti da vicino

I negoziati sul clima di Katowice si sono conclusi ieri e “fioccano” sui media ed i social i commenti. Ma cosa ha effettivamente deciso la COP 24 e cosa serve veramente fare per scongiurare l’effetto dei cambiamenti climatici, che tutti noi ormai tocchiamo con mano anche in Italia ?

E’ la mia quarta conferenza ONU sul clima da Parigi 2015 e da allora quello che mi appare chiaro è che non esiste Paese al mondo nel quale gli effetti del cambiamenti non siano noti e visibili. Dagli innalzamenti delle coste (Miami o Venezia), alle foreste che bruciano (California), o spazzate vie dalle tempeste (in Trentino), ai fenomeni di dissesto idrogeologico (in quasi tutte le regioni italiane e del pianeta) i cui effetti vengono aggravati dalle variazioni di meteo improvvise, alle temperature alte e fuori stagione che mettono in difficoltà agricoltura e sopratutto le fascie deboli della popolazione sia nei Paesi più ricchi che soprattutto in quelli poveri.

Insomma negare (“denied” si usa dire) non solo è contro la scienza, ma contro la realtà dei fatti.

La Conferenza delle Parti dunque non mette in discussione il tema, semmai il confronto è su come intervenire, quanto, e con quali risorse.

Su questo si giocano quindici giorni di negoziati ed incontri da parte delle delegazioni. Affianco a loro si muovono come per centri concentrici, durante l’assemblea i media, gli osservatori ed i vari portatori di interessi.

A Katowice, nella regione della Slesia in Polonia, il lavoro si è svolto partendo dal report dell’IPCC dal quale emergono dati chiari.

Tenendo conto non solo del biossido di carbonio ma anche degli altri gas “climalteranti”, come ad esempio il metano – il totale delle emissioni è stato nel 2016 pari a 52 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2. La stessa agenzia delle Nazioni Unite indica quindi il limite massimo di emissioni al 2030 se si vuole ancora sperare di non superare l’incremento di 2 gradi alla fine del secolo: “Occorrerà limitare il totale delle emissioni a 42 miliardi di tonnellate all’anno; 36 miliardi se si punterà a non superare i +1,5 gradi”.

Gli Stati hanno già dato indicazioni su quanto si impegnano a ridurre delle loro emissioni (in sigla “Indc”). E qui viene il complicato. Il rapporto spiega infatti che gli impegni dichiarati, saranno sufficienti per garantire solamente “circa un terzo del calo necessario” (e ciò a condizione, ovviamente, che ciascun governo rispetti poi quanto promesso). In sostanza, la traiettoria con gli Indc attuali porterà la temperatura media globale a crescere di “3, se non addirittura 3,2 gradi”, alla fine del secolo.

Insomma siamo lontani dal target.

Le delegazioni dei vari Paesi è su questo in sostanza che si confrontano ed è qui che non escono dagli equivoci e dalle posizioni di forza o di debolezza nelle quali sono.

Ma mentre accade questo sul tavolo istituzionale, si scopre che fuori da quel cerchio centrale, in quelli appena esterni, i segnali son ben diversi.

Ed è in questi contesti che si confrontano le comunità economiche, imprenditoriali, finanziarie, gli innovatori, le amministrazioni locali in incontri che hanno le sigle SIF (Sustainable Innovation Forum) o WCF (World Climate Summit – Investment COP) e alcuni altri “side events” dove avviene quello che non avviene sui tavoli istituzionali.

Perchè a quei tavoli trovi grandi aziende che prendono impegni che da soli valgono quelli di uno stato (Coca Cola, DOW, Schneider, BMW, Volkswagen ecc.). O si siedono al tavolo i capi di governo con le comunità imprenditoriali e decidono di azzerare del tutto l’utilizzo delle fonti fossili (Danimarca) o di ribilanciare il mix energetico a favore delle rinnovabili. E son magari Paesi che al tavolo ufficiale fanno magari il “muso duro” perchè devono ottenere qualcosa nell’accordo tra le parti, mentre qui devono condividere la strategia con il supporto di grandi aziende che traferiscano know how e con la comunità finanziaria per ottenere investimenti. E la leadership in questi contesti non è insolito che la prenda un paese come gli Emirati Arabi Uniti che impegna direttamente i suoi vertici e cerchi di valorizzare interventi come un impianto fotovoltaico da 127 Km(la città di Torino ha una superficie di 130 Km2). Da solo il Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park farà risparmiare l’equivalente di 6 milioni di tonnellate di CO2.

Un altro evento interessante è stato relativo ai padroni di casa. La Polonia è da molti indicata in Europa come un Paese limitante nelle politiche sulle energie rinnovabili ed i cambiamenti climatici. Troppo concentrata sulla loro fonte locale, il carbone. Eppure anche qui un dato è emerso. Michał Kurtyka presidente della Conferenza ONU sul clima e ministro ambiente della Polonia ha annunciato proprio nel corso della SIF che il suo governo ha avviato un piano per ridefinire il mix energetico del paese molto più bilanciato tra fossili e rinnovabili. Ancora poco si dirà, ma poi nell’incontro personale che ho avuto con lui, mi diceva che lo sforzo detta una linea e che tanto più lui avrà appoggio internazionale, quanto più la forza che potrà spendere per dare sostanza all’intento avrà successo. Insomma la conferenza serve anche a questo, a supportare gli stati che più necessitano di “commitment” internazionale per realizzare al loro interno azioni concrete.

Con Michał Kurtyka presidente della Conf ONU sul clima e ministro Ambiente Polonia

I media che vivono a stretto contatto con le vicende istituzionali, così come il circuito che si alimenta direttamente o indirettamente delle vicende politiche, in Italia hanno parlato solo delle vicende connesse ai contenuti degli accordi. Su questi hanno concentrato la loro critica, ma hanno del tutto omesso di indicare i fatti concreti che si sono determinati appena affianco alle sale istituzionali.

La COP dunque si è conclusa tra luci ed ombre, come spesso, ma le luci per una volta hanno un colore interessante.

La prossima conferenza sui cambiamenti climatici COP 25 sarà in Cile nel 2019 e a Katowice l’Italia, con il ministro per l’Ambiente Costa, si è candidata per ospitare la COP 26 del 2020. Su questo i media italiani hanno fatto alcuni titoli. Ma non hanno evidenziato che nel mentre è arrivata  la pesante candidatura della UK. La Gran Bretagna ha le idee chiare sul tema ed il Climate Change Act è da anni in implementazione. Il ministro britannico ha poi messo sul tavolo alcune carte concrete a cui difficilmente non si può dare credito. 100 milioni di sterline per supportare i paesi africani nell’implementare progetti di piccola scala per energie rinnovabili in ambito locale e l’impegno della città di Londra per un piano per combattere l’urgenza climatica e restare nel range di 1.5°C di innalzamento. Anche di questo in Italia non se ne è parlato.

Il provincialismo climatico italiano però va bilanciato con alcune eccellenze delle quali siamo localmente poco consapevoli ma che all’estero contano.

Il Piano di Milano sul tema della mobilità elettrica presentato da AMAT è stato preso come esempio di innovazione da parte della SIF. Così come i ruoli che diversi italiani hanno in ambiti eccellenti del mondo della sostenibilità ambientale. Dai veritici di aziende internazionali a quelli di associazioni che si occupano di azioni concrete in ambito industriale, sportivo, locale. Insomma anche in questo caso le luci ci sono, ma spesso son valorizzate più quando giocano in trasferta che non nel nostro cortile. Una specie di sindrome di NIMBY (non nel mio giardino) applicata al know how ambientale di casa nostra.

PS. Per la prima volta ho avuto l’onore di intervenire e il mio speech su sport e sostenibilità ambientale è stato oggetto di un intervista presso l’Università di Katowice in collaborazione con l’associazione internazionale UTOPIA. Vi lascio il link per Vs curiosità.

 

 

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Daniele Barbone

46 anni nato ad Alessandria, felice papà di Tiziano, vive tra Novara e Milano.

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