27
Jun 2016

Nelle maratone il Giappone batte gli USA e New York in particolare

Maratona di Tokyo 2016, decimo anniversario, circa 37.500 partecipanti. Come si spiega che in soli 10 anni questa maratona sia diventata una delle sei major mondiali e che sia un riferimento in tutto il continente asiatico, e non solo? Avendole conosciute tutte da vicino, cerco di guidarvi nelle ragioni di questo incredibile fenomeno.

Dal nostro punto di vista, molto centrato sull’occidente, i riferimenti sono sempre gli stessi. Abbiamo il circuito italiano in crescita per numero di maratone, poi le grandi gare europee delle varie capitali tra cui le due major di Londra e Berlino e poi i riferimenti mitici delle gare USA tra cui il mito del podista, sia alle prime esperienze che “navigato”, di New York e ancora la storica Boston e l’eccellente Chicago. Oltre tali perimetri guardiamo con fatica e a volte non guardiamo proprio.

Occorre però prendere in considerazione due numeri per comprendere cosa sia veramente la Maratona di Tokyo.

Questa si pone al centro di un Paese che nel 2015 ha superato gli USA per numero di finisher sulla distanza regina. Se per 50 anni il dominio incontrastato per numero di atleti era di fatti Statunitense, ora il vertice della classifica è in mano al Paese del Sol Levante:

550 mila maratoneti nipponici superano così gli americani che sono circa 520 mila.

Considerando che la popolazione in Giappone è circa il doppio dell’Italia, sapere che i maratoneti sono oltre dieci volte più di noi italiani, fa riflettere. Tokyo è di fatti una delle oltre venti maratone giapponesi con oltre 10 mila finisher e rispecchia in pieno questo movimento.

Partiamo dal fatto che i Giapponesi prenotati per partecipare erano oltre 300 mila e che ne sono stati ammessi solo 30 mila. E gli altri? Un numero impressionante sono diventati volontari per la gara. La filosofia è di fatti ben dichiarata “la storia di ogni singolo corridore, volontario e spettatore è tessuta in un arazzo gigante”. Ed ogni componente di questo quadro è importante al pari dell’altro, così come ogni filo di un arazzo conta ai fini dell’immagine di insieme ma da solo dice poco.

Se non puoi correre, puoi comunque partecipare con un altro ruolo e far parte degli oltre 10 mila volontari.

In pratica ogni 3 partecipanti trovi un volontario. Questo dà la portata dei servizi che sono collegati sia prima, durante che dopo la manifestazione. Provate ad immaginare di avere sul percorso ogni 10 metri un addetto con un sacco per i rifiuti pronto per invitarvi, anche in corsa, a non gettare nulla sulla strada. E sì, perché a Tokyo la città è sempre pulitissima e non butti nulla in strada visto che nemmeno esistono i cestini. Se hai da buttare un fazzoletto o una lattina, te la porti a casa o la lasci nel negozio in cui l’hai acquistata. Perché mai, quando corri, dovresti buttare bicchieri o confezioni di integratori per terra ? E ancora, provate ad immaginare volontari con divise di colori diversi a seconda del ruolo, apparendo come una squadra ben ordinata ed organizzata o un “esercito” se volete. Troverete i medici runner che possono intervenire in corsa appunto correndo in mezzo ai podisti. Troverete altri che si occupano di gestire le aree per i servizi igienici della gara. Praticamente dei box di Formula 1 in cui il maratoneta entra in corsia “toilette” e ha uno steward che gli indica il primo bagno libero con percorso di ingresso e di uscita così da ridurre la percorrenza. Ogni area di servizio poi è preceduta da un cartello che ti segnala a quanti metri si trova la prossima. Da 500 a 1200 metri al massimo tra una e l’altra. E i ristori tra spugnaggi, stazioni per acqua e ristori completi, sono praticamente ogni 2 km. E il pubblico? un milione e mezzo di persone a tifare, cantare, portare cibo, frutta, acqua e spray per i muscoli dei corridori (e sempre a raccogliere gli scarti immediatamente nei sacchi per rifiuti). In questo i numeri sono simili alle altre major ma con il chiaro “sound” locale al limite dell’ossessivo che ripete l’urlo di incitamento 頑張れ gambare, gambare.

E’ evidente che parliamo di qualcosa di molto affascinante e che può essere visto come una ruota i cui raggi ci guidano al centro del ragionamento su cosa sia per questo Paese e questa cultura la corsa a piedi.

La corsa è di fatti un fenomeno culturale ancora prima che atletico. Un esercizio per il benessere fisico e intellettivo che non ha molto a che vedere con il tema della performance e del risultato fine a se stesso. Parlando con gli italiani giunti al traguardo oltre le sei ore, quello che balzava ai loro occhi è che pure con un tempo in questo range, a differenza delle altre major in cui arrivi in modo assai sgranato, qui non è così. Se di fatti a New York il tempo limite è 6 ore e mezza a Tokyo è 7 ore. E quando arrivi tra le sei e le sette ore, se vuoi fare una foto del tuo traguardo da solo o quasi (cosa che magari a Central Park riesci a fare) a Tokyo toglitelo dalla testa. Sei in gruppo ancora. Significa in buona sostanza che la presenza in gara dei maratoneti non è legata alla “gaussiana classica” dei finisher in cui la grande massa arriva tra le 3h:30’ e le 4h:30’. Qui ci sono numeri importanti di maratoneti che si godono il percorso ben più a lungo. E significa ancora che la maratona diventa uno sport più amplio e popolare che non altrove.
Sarà che forse in Giappone vivono i famosi monaci maratoneti del monastero di Enryaku, sul monte Hiei. Questi, si narra, raggiungano l’illuminazione se riescono a percorrere mille maratone in mille giorni. La corsa dunque al netto della parte più mitizzata del racconto, come via per il miglioramento individuale, per la conoscenza, per la riflessione. E la crescita personale è un diritto per tutti, non solo per chi va veloce e non solo per i monaci. Ma non è solo questo. Perché poi esiste la logica delle gare Eikiden. Molto più di una semplice corsa in team a staffetta, che si corre da pochi chilometri fino ad un massimo di oltre duecento chilometri; una disciplina che parte nelle scuole ed arriva fino al professionismo e riempie le strade di tifosi. Dunque la maratona sia come singolarità più estrema, quella monastica, sia condivisione e collettività più amplia, quella Eikiden.
Questi raggi ci stanno dunque indicando il senso del correre per questa gente. Un approccio che estende la pratica in modo molto vasto ma in un senso diverso dal nostro concetto di sport popolare.

Eccolo il cuore del nostro ragionamento e lo troviamo nelle parole di un giapponese che ha scritto della nobile “arte di correre” : Come vengano giudicati il tempo che ottengo in gara e il mio posto in graduatoria, come venga considerato il mio stile, è di secondaria importanza. Ciò che conta per me, per il corridore che sono, è tagliare un traguardo dopo l’altro, con le mie gambe. Usare tutte le forze che sono necessarie, sopportare tutto ciò che devo, e alla fine essere contento di me. E gara dopo gara, anno dopo anno, arrivare in un luogo che mi soddisfi. O almeno andarci vicino. Murakami Haruki

In coda, un plauso agli italiani che hanno partecipato a Tokyo 2016. Oltre 70 e di questi quasi 20 completavano con Tokyo le sei major. Anche loro, come me, sono parte di questo arazzo. Siamo i Samurai senza spada, provenienti da un Paese che si fa amare nel mondo e qui in particolare. Mettiamoci al collo questa medaglia e festeggiamo. Gambare !

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Daniele Barbone

46 anni nato ad Alessandria, felice papà di Tiziano, vive tra Novara e Milano.

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